il giardino di enzo

E' grande, pieno di vita, fiori, alberi, animali, uomini, donne

un luogo vario

sabato 20 dicembre 2014

Altre posizioni geografiche

Il Giardino di Enzo è nato per compartecipare la bellezza, nacque qualche anno fa proprio dalla mia voglia di condividere le foto che facevo ai fiori e ad altri frequentatori del luogo, una deformazione quasi professionale (oggi foto di fiori se ne trovano ovunque di grandi e spettacolari).

Sto scrivendo da quella che un tempo era la nostra casa, sono passati almeno quattro anni da che ci siamo spostati su al terzo piano, il giardino richiede vissuto e tempo, in questa parentesi di tempo non ho né l'uno né l'altro.
Sono affezionato a questo posto (il blog), sono legato affettivamente a tutti coloro che sono passati da qua, e in maniera speciale agli amici con i quali si è stretto un contatto oltre la tastiera del computer (oggi anche del cellulare).

Questo legame con ilgiardinodienzo mi spinge a inserire cose che poco hanno a che fare con "E' grande, pieno di vita, fiori, alberi, animali, uomini, donne" (cioè con il sottotitolo del GdE).

Forse questo blog si trasformerà, chissà. 

Un grande augurio a tutti di serenità e buone feste.
Godetevela!

sabato 14 giugno 2014

Gaetano Buonafalce

Quel cognome è sempre stato per me nella storia di questo posto, quasi leggendario. Ne ho sentito parlare fin dai primi tempi che frequentavo questi luoghi, una ventina e più di anni fa.
E' stato il primo proprietario di Villa Martini, o meglio quello conosciuto, almeno di nome, da noi.
Non sappiamo da chi acquistò la villa, non sono state fatte ricerche al caso.
Il Giardino di Enzo è qui grazie anche a lui che costruì, probabilmente nel 1818, questa ala dove viviamo.
Non molti giorni fa eravamo in giardino a lavoricchiare quando Letizia, alzando lo sguardo sul muro estremo a nord-ovest, ha individuato una scritta sul muro incisa nell'intonaco, molto in alto, per me che mi ostino nel non portare occhiali da vista praticamente invisibile.
In bella calligrafia l'incisione recita:
"Io Dottore Gaetano Buonafalce. A. 1818"
Non ho potuto resistere, mi sono armato di scala, ho unito con un pezzo di nastro adesivo il cavalletto a una canna di bambù e sono salito a riprendere il tutto.
Di fronte a un reperto di quasi due secoli mi sono emozionato, è stato bello.

domenica 23 giugno 2013

La vera storia di Enzo



La storia di Enzo ha inizio (inenzo direbbero mio fratello e molti altri) molti anni fa, quando lui


era ancora un campione. (Qui nella foto è con Jacques Mayol, suo eterno rivale e amico)

Eravamo in Capraia, con me godevano di quella vacanza in tenda Andrea, Marco e Stefano (mio fratello, appunto). Eravamo poco più che ragazzi, la sera spesso telefonavamo a casa.
Erano stati avvistato squali nelle acque al largo di Tirrenia e la mattina seguente ci recammo al faretto al porto, il più a destra voltando le spalle al porto.
Due ragazze sono sdraiate al sole, arriviamo noi e dopo il buongiorno e qualche battuta con loro i tre miei amici si tuffano nell'acqua.
Ho sempre sofferto all'entrata in acqua, il freddo dell'acqua sulla pelle calda mi rattrappisce tutto e passo qualche minuto a bagnarmi prima di entrare in acqua.
Quella mattina impiegai un po' più tempo nelle mie abluzioni, così tanto che una delle ragazze ad un certo punto mi lanciò una frase che era più o meno questa:
- Certo che se stessi affogando e riponessi le mie speranze in te, starei fresca!
Loro, gli amici (vatti a fidare degli amici) si lanciarono in risa e sberleffi al mio indirizzo, dicendo che io in realtà ero un campione, come Enzo.
Si narra di leggende che raccontano le mie gesta, tipo afferrare una murena con le mani, staccarle la testa con un morso, e con il sangue della povera bestiola scrivermi sul petto la S di Superenzo.

Ecco, da tanto tempo volevo raccontare questa storia.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Maiorca)

lunedì 14 gennaio 2013

A Sara, chissà perché


La realtà ormai si stupisce,
amata figlia mia,
quando son io che ti cerco.
E oggi il rimpianto sale
per quegli spiccioli di tempo
che mi sono mancati,
che non ti ho saputo dare.

E' un cruccio, uno scrupolo tardivo,
è quel film mai visto,
la montagna inesplorata,
un tuffo nel mare che è mancato.
E' storia passata, acqua macinata,
prenderò confidenza
con questo nuovo andare.


sabato 8 dicembre 2012

giuseppe

Ma anche Carla, o Francesco.
Il nome non è importante, un nome può rappresentare una tipologia, una categoria.
Giuseppe è l'erede, tanti anni fa una lontanissima parentela ha portato la sua famiglia a ricevere in dote un terzo della villa; prima la madre che, con l'avanzare dell'età, ha lasciato le redini delle sue vaste e numerose proprietà al figlio.
Sto parlando di quella che ho quasi sempre definito "la parte abbandonata". Un ettaro scarso di terreno, un tempo coltivato a vite e alberi da frutto, e circa cinquecento metri quadri di proprietà abitativa, in disuso anche questa da almeno quindici anni, lasciata a se stessa, incolta, piovosa e poi marcia, il tetto crollato, il tanfo di umido marcio che risale dalle porte esterne, l'immagine dello sfacelo e dello spreco.
La manutenzione degli spazi comuni, il grande parcheggio e il passaggio dietro casa, me li sono sempre caricati nel mio scadenzario settimanale dei lavori da fare: tagliare l'erba, i rovi, l'edera, la mimosa (crollata poi nella bufera), e altre manutenzioni più o meno faticose e/o dispendiose.
Il tetto crollato di cui parlo qualche riga sopra è stato ristrutturato da poco, lavori infiniti iniziati a maggio e finiti a novembre. Dopo lo smontaggio del cantiere mi sono ritrovato in una discarica, sei vecchie reti da letto abbandonate dove capita capita, grondaie sfondate, due longherine di sei metri del peso di circa 200 chili ciascuna, una montagna di ciarpame che certo non potevo far finta di non vedere. Così in tre ore di lavoro duro accatastai il tutto con logica, in attesa del da farsi.
Sabato scorso stavo tagliando l'erba fradicia della mattina, cominciava ad essere veramente troppo alta, approfittavo della giornata finalmente serena. Sudavo molto, imbacuccato di strati di vesti varie, l'aria ghiaccia mi gelava a tratti il sudore, cominciavo ad essere stanco.
Vedo due figure con la coda dell'occhio, d'istinto do il mio buongiorno.
Nessuna risposta.
Al che intuisco che è Giuseppe, con suo figlio (un torsolone di circa sedici diciassette anni e ottantacinque novanta chili).
Mi si avvicina il genitore, sguardo severo e mi dice, così, damblé (non so come si scrive):
"Senti, te la legna da là la devi togliere..."
Si riferisce ad una catasta di rami di araucaria che la bufera di febbraio scaraventò a terra in una notte tremenda.
"Si, si, lo so..."
"Vieni che ti faccio vedere..." insiste lui.
Io lo guardo, lui non mi guarda e se lo fa non mi vede proprio. Voglio assecondarlo, non so perché, spengo la falciatrice e lo seguo. Max è con me, quell'uomo non gli piace, abbaia, va alle sue mani, io lo redarguisco.
Mi fa vedere ciò che sapevo, lui disarmato dalla mia noncuranza curiosa gira i tacchi, stiamo tornando verso la falciatrice.
"Ecco" esordisce "io a gennaio voglio tutto libero".
Ho contato fino a tre.
"Guarda, prima leva quel troiaio là, che io ti ho sistemato, sembra una discarica".
Non l'ho più considerato, avevo finito con lui.
"Andiamo" ha detto al figlio.
Ho acceso la falciatrice.
Dopo un po' ho iniziato a rimuginare sul mio comportamento, sulle mie pochissime parole espresse in quello scambio. Non mi viene quasi mai la risposta pronta, rimango un po' disarmato nelle situazioni in ci non partecipo. Così ieri a mente serena mi sono preparato un foglietto, un editto, che la prossima volta leggerò a voce alta, a lui e a suo figlio, che capiscano bene alcune cose che ritengo importanti:

  • Poche regole per parlare, manuale di convivenza
  • 1) Se do il buongiorno e vuoi parlare con me, ricambia.
  • 2) Se non ci conosciamo, presentati. potenzialmente non conosco il tuo nome.
  • 3) Prima di esigere, sii cosciente di ciò che devi (questa gli va spiegata ammodino).
  • 4) Illustrami le tue richieste guardandomi negli occhi e con tono amichevole.
  • 5) Prendi le mie parole come vere, comunque tu la pensi, verrà il tempo per discuterne.
  • 6) Cerca un accordo, altrimenti vai dove puoi.



domenica 11 novembre 2012

domenica 4 novembre 2012

immagini autunnali






Il terreno dietro (quello abbandonato da anni), è stato finalmente decespugliato in agosto.
La sua inestricabile massa ingarbugliata di rovi, vitalba, alberi e cespugli ha lasciato il posto a radure verdi di erba giovane e qualche chiazza marrone scuro, dove i rovi avevano creato vere e proprie colline spinose.
Andiamo spesso là e stamani, nonostante la giornata grigia e l'erba bagnata fradicia, mi sono portato la macchina fotografica.
Acacie e allori si alternano a creare il piccolo bosco, e nelle chiazze di verde brillante e intenso si scorgono i funghi che, come in filare, spuntano dalla coperta color smeraldo.
Nel silenzio della prima mattina i colori risaltano ancora di più, si contrastano uno sull'altro.
Tutto sembra parlare sottovoce, è come condividere l'arrivo del nuovo giorno.

martedì 25 settembre 2012

domenica 19 agosto 2012

la mostra di maurizio


gita fuori porta

Era un po' che ci pensavo, camminare mi è sempre piaciuto, la voglia ha preso il sopravvento.
E quale occasione migliore del serbatoio della macchina bucato?
Se a questo si aggiunge un impegno di amicizia con Lionello, il gioco è pronto: camminare.

Lui abita a Montemagno, frazione di Calci alle pendici della Verruca. Nei suoi ottantuno anni ha visto un sacco di cose, ne ha fatte altrettante. La sua vita gira intorno al cinema (o meglio alla camera da presa) e alla scrittura; ha girato Caroselli negli anni sessanta, a Roma, la bella vita l'ha vista da vicino, sua madre era montaggista a Cinecittà. Carattere irascibile, questo uomo anziano, alto, collezionista di cappelli, amante del jazz e dei Pink Floyd, ha una energia intellettuale fortissima, mai domo.

Così stamani sono partito. Ho preso il tempo, erano le 07,44.
Camminata veloce, ho preso la lunga discesa dritta e larga che fila già fino al semaforo; è utile questa discesa,  scalda le giunture.
E da lì, dal semaforo, si prende il lungo tratto in piano che conduce alla Certosa: la sua vista nel fresco della mattina paga. E' stata ristrutturata mirabilmente da poco, è bellissima.
Ancora duecento metri di strada e inizia la salita di Montemagno. La campana suona le otto.
Petta, petta parecchio, lo sento, inizio a sudare mentre il Sole mi si fa in fronte. Mi tolgo la maglia, voglio assaporare i suoi raggi.
E' lunga questa salita, mi sforzo di mantenere il passo, con successo.
Mi ricordavo di una decina di metri, ma era un ricordo legato all'auto, a piedi è tutta una botta, fino a casa di Lionello, alle 8,23.
Sono in anticipo di sette minuti, il respiro non è affannato, sudo abbastanza. Busso.
- Avanti.
Entro nel suo rifugio buio, una bella stanza a piano terra, anzi sotto la terra, si alza dal divano, era lì sdraiato, con una copertina addosso, in mia attesa.
- Cosa ti do?
- Acqua...
- Ci vuoi del limone?
- Acqua...
Trangugiato il bicchiere, mi sono messo al suo computer per riformattargli il suo ultimo lavoro, la sua autobiografia definitiva. Mi piace aiutare Lio nelle sue cose; fino a due mesi fa, si ostinava a scrivere a macchina, orgoglioso della sua Olivetti, la fiera del modernariato.
Era giunto il momento del cinema.
Tanti anni fa Lionello si ritrovò in Angola, durante la rivoluzione di liberazione contro l'occupante Portogallo. Macchina da presa in spalla ha prodotto un bellissimo documento, "La vittoria è certa", di cui mi onoro di essere stato il braccio della sua mente, lo abbiamo montato insieme con i miei scarsi mezzi a disposizione, e ottenuto un risultato più che soddisfacente.
Ne ha una copia sola e deve mandarne una al nuovo ambasciatore, Lionello in Angola è un uomo riconosciuto.
Metto il materiale in una busta, ansioso di ripartire, non voglio freddarmi troppo.
Alle 8,38 sono di nuovo in strada, la pettata si trasforma in una rilassante e lunga discesa, il passo si riallinea al ritmo, e in un attimo sono di nuovo in Certosa, al semaforo.
L'ultima salita è leggera, niente in confronto a quella di Montemagno, All'ultima svolta incontro un tipo con un bastone in una mano e un sacchetto pieno fino a due terzi nell'altra: chissà - penso - more...
Alle 9,12 sono al cancellino di casa.

mercoledì 20 giugno 2012

domenica 3 giugno 2012

la cascata delle rose



La bellezza e la tenacia.Dedicato a tutti.

domenica 19 febbraio 2012

Addio amica mia


Ti avrei voluto accompagnare sulle mie braccia alla tua ultima cuccia.
Domani forse non avrò lacrime per te, e così spero, mi fa troppo male.
Domani di sicuro ti aspetterò ancora al cancellino, con il tuo richiamo, come ancora farò i giorni a venire.
Sei andata via così nel freddo che quel freddo mi si è congelato dentro, non dimenticherò mai quel freddo, mi è rimasto dentro quel freddo, non è per la via del pianto che il freddo va via.

Un disturbo, minimo, come tante volte ho visto nei cani che hanno vissuto con me.
Spesso capita che rimangino il loro vomito, come se fosse nulla.

Quella sera sei corsa dietro, al buio e al gelo, non ci siamo più visti.
Ti ho amato, mi hai amato.
E il pianto, ora che ti scrivo, riempie i miei occhi.
Forse domani sarà più lieve il dolore.
Il ricordo di te non mi lascerà mai.

giovedì 2 febbraio 2012

è arrivata la bufera

Non trovo altre parole per raccontare quello che si è abbattuto sul lungomonte nella notte fra lunedì e martedì, una vera bufera di neve, di quelle che si vedono nei films anni cinquanta, ha imperversato tutta la notte con raffiche di vento mai viste prima (e sono più di vent'anni che frequento il Giardino), sembrava che la rabbia degli dei si fosse concentrata sulla zona.
Al risveglio mancava la corrente elettrica, quindi niente luce e acqua, e nemmeno riscaldamento, il paese ammutolito.
Era ancora buio strinto (mi piace usare lessico locale), sono uscito con Gina e Max per dare un'occhiata.
Appena fuori mi sono trovato davanti ad un massacro: l'araucaria (A. araucana) era ridotta quasi a uno stelo spelacchiato, la vecchia fontana dei pesci e delle ninfee completamente ricoperta dai suoi grossi rami.
Fortunatamente il tiglio ha retto alla furia, il mio pensiero più grosso, 'che se viene giù quello si porta dietro il muro di cinta, alto più di dieci metri.
Con la neve ai polpacci sono andato nel piazzale del parcheggio per vedere le condizioni della grande mimosa: solo un troncone, alto poco più di un metro, spuntava dal manto bianco, la sua grande chioma e le sue larghe braccia ingombravano la strada sotto.

Siamo restati al freddo e al buio tutto il giorno, la sub-comandante ha passato tutto il giorno a letto, rincantucciata sotto le coperte e a sera abbiamo deciso di trasferirla da suo fratello (ultranovantenne) in città.
L'energia elettrica è tornata solo a notte fonda ma il nostro ultramoderno contatore stamani è ancora muto e spento, ergo niente di niente.

Oggi è giovedì, e sono al lavoro per compilare in fretta queste righe, sto pensando all'ente nazionale energia elettrica, alla sua efficienza, alla sua deficiente efficienza: sto pensando male, molto male.

E nel frattempo mi vengono molti altri pensieri, ma questo non è il luogo adatto, questo luogo "è grande, pieno di vita, fiori, alberi, animali, uomini, donne", e voglio continuare a parlare di loro.

domenica 8 gennaio 2012

domenica 20 novembre 2011

dalla finestra

Sono circa tre mesi che ci siamo trasferiti su al terzo piano.
Oggi per la prima volta sento questa casa, o almeno inizio a viverla in modo sereno e piacevole.
In pratica il percorso di attivazione è giunto al termine, tutto ha preso a scorrere, e a ciò ha contribuito molto la voglia di indipendenza della sub-comandante e lo stimolo che il ritorno fra gli umani le ha portato questa convivenza.
All'inizio di questo percorso i miei luoghi, nella nuova casa, si limitavano alla cucina e alla camera, di questa grande casa abitavo poco; la vecchia ed enorme mansarda, una bolgia di decenni accatastati, mi è servita da laboratorio, con gli attrezzi e i pennelli e i bussoli di vernice raccolti in un posto che ha fatica avevo conquistato.
La grande stanza in fondo inizia finalmente a divenire il mio luogo, la musica e i dischi sono più o meno lì, e ieri ho portato su la chitarra: è troppo freddo qua, da dove sto scrivendo adesso in questa domenica mattina quando il Sole non è ancora riuscito a bucare il velo grigio.
E forse sarà così fino a sera.

Dalla finestra della camera ascoltavo i cinguettii che in coro passavano forse di albero in albero, e le voci dei raccoglitori di olive.

domenica 9 ottobre 2011

ritorno all'inferno



Era l'otto settembre 2009 quando la Verruca fu bruciata in una notte, le ferite ancora oggi sono ben visibili e decenni occorreranno prima che la sua bellezza ritorni come fu; venerdì sette ottobre 2011 siamo ancora qui a piangere e maledire l'ennesimo scempio del nostro monte.
Erano le ventuno circa quando la sirena urlante è passata giù dalla strada che va al Serra, a pochi metri da casa: pensavo fosse la Polizia.
Ma dopo poco un'altra e poi un'altra e infine un lamento piangente continuo si lanciava con corsa sfrenata su per i tornanti del Serra. Mi sono affacciato al terrazzo, l'inferno era tornato ancora. Il buio impediva l'alzarsi degli elicotteri e solo la forza delle mani ha fronteggiato tutta la notte quello strazio.
Quando la mattina mi sono alzato, all'alba, il fuoco aveva pelato una grande porzione di vita e sono arrivati gli elicotteri, due, che hanno fatto spola continua fra l'acqua e il fuoco, in un incessante andirivieni, fino al primo pomeriggio, quando il fuoco pareva finalmente domato.
Ma stamani, domenica, ancora le braci hanno ripreso vigore, subito messo a tacere dall'ennesimo intervento di un elicottero.
E' da quando ero bambino che il Serra è aggredito da mani infami, blasfeme; lo vedevo bruciare dal terrazzo della mia casa cittadina, a chilometri di distanza. Allora era la follia di qualche palazzinaro o coltivatore di ulivi che con mezzi rozzi e spicci sfidava la morte per un pezzo di terra da costruire e coltivare.
Oggi, come mi diceva il Sindaco stamani, è solo la follia.
Dove è passato il fuoco non si potrà mai più costruire, non si potrà mai più ripiantare, e i volontari antincendio sono appunto "volontari" e non percepiscono rimborso o corrispettivo alcuno.
Sento una sirena lontana, speriamo in bene, il vento soffia forte anche stasera.

mercoledì 14 settembre 2011

amore sincero

A volte lei è un richiamo continuo, una voce lontana ma sempre presente.
Poi arriva il momento del reincontro, e la prendi e va, e va e va.
E suono, è tanto che non suono, un mese e più.
Ci siamo subito riconosciuti io e lei, l'amore era ancora caldo, è bastato prendersi, mescolarsi. E la musica ha preso il suo correre, gli accordi si sono inseguiti e mescolati, non male come riscaldamento.
E' poi il Giardinodienzo "E' grande, pieno di vita, fiori, alberi, animali, uomini, donne", come recita il sottotitolo.
E arriva un altro Pippo, il terzo Pippo della mia vita - ad oggi.
E Pippo, questo ultimo, è un professore universitario di storia dell'arte (credo), vive in villa, nella parte nobile, ospite del cognato e della cognata e del nipote Giulio di cui parlai non so quando.
Oggi abbiamo parlato di Radio 20 Giugno, Pippo è interessato e affascinato dall'argomento radio libera anno 1977.
E' una persona buona e bella, cinematograficamente "sceneggiato anni '70", portamento borghese, ottimo eloquio, sincero parlare.
Lunedì va via, torna a casa, con la moglie. Lascia, l'ho percepito, una possibilità. Il richiamo di casa sua però è più forte.
E' da giugno che vive qua, ha subito confidenziato con Gina e Max, e con tutti noi, ora il rapporto si è avvicinato fra noi due, sappiamo che le parole che ci possiamo scambiare sono il più possibile esattamente ciò che sono: non è poco.
In più è più grande di me di qualche anno, e mi racconta la sua post-adolescenza e oggi abbiamo fatto un raffronto fra il suo '64 e il mio '77.
Si sa, sono un nostalgico di cuore, ho amato la speranza e continuo a coltivarla, quotidianamente, quando posso, quando ci arrivo.

martedì 16 agosto 2011

La battaglia delle pesche

Untitled from paolo on Vimeo.



Quella terra abbandonata da vent'anni fa sempre una certa tristezza, un viluppio di rovi e alberi intrigati con i quali lotto amichevolmente da sempre, per non esserne sovrastato.
Un tempo, e so di ripetermi, si gongolavano al sole vigne e alberi da frutto, curati con dedizione e passione da una moltitudine di uomini e donne.
Poi gli eventi della vita hanno destinato questo bell'appezzamento a un lontano parentame, già in possesso per altro di svariate proprietà nella vallata, gente benestante, della quale restano al timone i figli dei figli, come succede sempre.

Di tutto quel bene e bello oggi restano alcune tracce: due peschi, qualche tralcio di vite imbastardita e alcuni ciliegi, figli di ben più nobili e fruttifere piante.

Sono anni che ho recuperato quei due peschi, imbastarditi anche loro ma dai frutti ancora splendidamente profumati e saporiti; e poi sono di due varietà diverse, uno a polpa gialla e l'altro a polpa bianca, con i frutti piccoli e divini.

Lo scorso sabato, anzi due sabati or sono, mentre sto uscendo con la mia "Uno" ho incrociato Giuseppe, il figlio del figlio, il timoniere, anzi il padrone.
Dopo pochi minuti sono rientrato a casa e sono salito in quella che sarà casa, per continuare il lavoro di imbiancatura.
I cani abbaiavano sul retro, con insistenza. Mi sono affacciato alla finestra e il "padrone" di 'sta cippa era lì con il figlio che si coglieva le sue pesche, così, senza parlare, senza dire, senza guardare, senza pensare.
E' tornato anche il sabato successivo.
Il prossimo anno acquisterò una bottiglia di guttalax e con una siringa farcirò i frutti più maturi e belli.

martedì 19 luglio 2011

accampamento affollato




Venerdì è tornata a casa la sub-comandante, provata e stanca dall'operazione e dalla degenza ospedaliera, e il suo rientro ha coinciso con il viaggio di lavoro a Stuttgard della Comandante (la figlia della sub-comandante).
E così ci siamo ritrovati, io e l'anziana madre (più i due canotti e due gatti incompatibili), a esperimentare una convivenza coatta in 45 mq.
L'esperienza mi ha insegnato che il luogo ove si svolge la vita è importante ma più ancora lo è il "come si svolge la vita".
Sicché, armato di cotanta canoscenza, mi sono adoperato per far si che il tempo fosse leggero per tutti: bipedi anziani e un po' cresciuti, canidi e gattidi.
Fortunatamente è comparsa sulla scena Erica (o Erika, chissà) per coadiuvare l'assistenza alla sub- nelle faccende più specificamente professionali.
E c'è da pensare a pranzo e cena, alle scadenze orarie delle medicine, al tempo da trascorrere insieme; e poiché ritengo quest'ultimo aspetto fondamentale, ho anche tenuto un concertino alle mie due spettatrici. Come un rocker che dedica il suo pezzo a qualcuno, ho allestito la scena di fronte alla poltrona della sub- e le ho sciorinato la mia musica e la mia chitarra in un vis-a-vis strepitoso. Ho spazziato dall'improvvisazione lisergica alla melodia amorevole dei Pink Floyd, finendo in una rivisitazione del buon Guccini, del quale ho interpretato un bel po' di pezzi tratti da "L'isola non trovata", "Radici" e "Via Paolo Fabbri".
Il recupero dell'anziana è strepitoso, il decorso post-ospedaliero è veloce e senza intoppi; ora devo trovare un idraulico per sostituire il gruppo vasca nell'appartamento grande e avviare così il ritorno ad una pseudo normalità nella nuova collocazione abitatoria. E si sa: gli amici si riconoscono perché quando hai bisogno non rispondono al telefono.
Ma a questo ci penserò oggi.

Archivio blog